Coperti dalla munnezza

Articolo di Antonio Montanaro comparso oggi su Il Napoli,  che riassume magistralmente il problema Munnezza a Napoli 

Dottò, ‘a munnezza
fa schifo a tutti,
noi la prendiamo
dai cassonetti, ci
sta chi la brucia
perché non ce la fa a sentire la
puzza, ma i più furbi con la
munnezza ci fanno i miliardi».


Periferia Nord di Napoli, un’ordinaria
giornata d’emergenza.
Qui gli omini in arancione
dell’Asia (l’azienda comunale
che fornisce i servizi di igiene
ambientale) raccolgono i sacchetti
scortati dalle auto della
polizia. E già, perché tra i tanti
paradossi dell’ennesima crisi
scoppiata in 13 anni di commissariamento
straordinario
c’è anche questa sorta di vendetta
trasversale contro chi la
“munezza” la deve portar via.
Per contratto. E da qualche
giorno con l’ausilio delle pale
meccaniche. «Come fai a fargli
capire che noi non c’azzecchiamo
niente con questo schifo,
noi siamo pagati per toglierla
dalla strada, mica per
lasciarla lì». Invece la gente dei
quartieri popolari (da Secondigliano
a Pianura, fino a Ponticelli),
inferocita per le montagne
di pattume che arrivano
fin sotto le finestre delle camere
da letto, se la prende con
loro, con gli “operatori ecologici”,
con i Giovanni, i Gennaro,
i Nicola, che per poco più
di mille euro al mese - quando
va bene - svuotano i cassonetti,
quando va bene. Paradossi dell’emergenza
rifiuti. E allora
viene da chiedersi chi sono i
furbi che con la “munnezza” si
fanno ricchi. «Dottò, i soliti».
Giovanni, capelli bianchi sulla
tuta arancione-catarifrangente
d’ordinanza, scrolla le spalle e
sale sul camion che lo porta
qualche centinaia di metri più
avanti. A cercare di liberare -
per qualche ora - un’altra piccola
fetta di periferia dal carico
nauseabondo di sacchetti neribianchi-
blu. «Se le discariche
funzionassero per far scomparire
tutta questa roba occorrerebbero
almeno una ventina
di giorni di lavoro continuo
». Gli agenti seguono passo
passo lo sbuffare dei due
camion e del bobcat color ocra.
Paradosso di un’emergenza
che ha inizio l’11 febbraio 1994
con la nomina a commissario
straordinario dell’allora prefetto
di Napoli. E che oggi - 20
maggio 2007 - la fine manco la
intravede. Poliziotti costretti a
garantire che i mezzi (e gli
uomini) Asia arrivino intatti
nelle aree di stoccaggio temporanee
che il sindaco ha autorizzato
in varie zone della
città. Potrebbero far altro. Essere
impiegati, per esempio,
nella lotta contro la criminalità
che dall’inizio dell’anno
ha fatto già 45 morti tra Napoli
e provincia (37 riconducibili
alla faida di camorra). Ma questa
è un’altra storia. Anzi,
un’altra emergenza. In queste
ore, invece, i riflettori sono
tutti per la “Madonna d’a munnezza”,
la divinità invocata da
Teresa De Sio nel suo ultimo cd
per liberare la città dai rifiuti.
«Davvero qui ci vorrebbe un
miracolo», il responsabile di
turno della centrale operativa
del 115 snocciola il bollettino
(ancora provvisorio) della giornata:
52 interventi nel corso
della mattinata tra Casoria,
Melito e Giugliano (paesoni a
Nord del capoluogo), mentre a
Pianura la situazione resta
complicata, con continui roghi.
Da quando è esplosa nuo-cinque uomini ciascuna sono
utilizzate esclusivamente per
spegnere le fiamme puzzolenti
appiccate dalla furia cieca dei
cittadini. Una task force di
dieci persone, che, con il supporto
delle altre 75 unità in
servizio in tutta la provincia,
effettua in media 200 operazioni
ogni 24 ore, il 60 per
cento durante la notte. Le minacce?
«Ci siamo abituati,
quando arriviamo sul posto
troviamo persone esasperate:
vorrebbero che le fiamme non
fossero spente, tentano di ostacolare
il nostro lavoro». Altro
paradosso di un’emergenza
per la quale, fino ad oggi, sono
stati spesi 1 miliardo e 800
milioni di euro. Con risultati
pressoché nulli. Almeno per la
gente comune, quella che sente
parlare i politici di “raccolta
differenziata”, di ciclo sostenibile,
ma intanto si ritrova i
sacchetti sull’uscio di casa..Perché qui l’ immondizia
invece
che bruciare nei
termovalizzatori
come avviene in
qualsiasi altro posto d’Europa
(e d’Italia) viene incenerita in
strada. Con le molotov. Da
signore, mamme, nonne. In
spregio a ogni tutela per la
salute. «Bruciare i rifiuti per
strada è una follia», tuona il
prefetto di Napoli Alessandro
Pansa, il super poliziotto arrivato
per allentare la morsa
della criminalità organizzata,
che in queste ore si trova sulla
schiena l’ennesimo fardello.
«Il danno causato dall’incendio
dei cassonetti - aggiunge -
per la salute e per l’inquinamento
è molto più grave di
quanto sia l’ingombro dell’immodizia.
Bisogna stare attenti
perché non è questa la soluzione
». Il pericolo si chiama
diossina. I tecnici dell’Asl e
quelli del Comune sostengono
che la situazione per ora è
sotto controllo. Ma se continua
così, se i sette impianti “Cdr”
(dove i rifiuti vengono separati
e trasformati in “ecoballe”)
sparsi per la regione funzionano
– come in queste ore – a
singhiozzo, sarà l’inizio di una
crisi sanitaria pari a solo a
quella vissuta negli anni Settanta
con il colera. I camion
dell’Asia nel capoluogo partenopeo
raccolgono poco meno
di 350 tonnellate di spazzatura
a fronte di una produzione
che, in questo periodo
dell’anno, oscilla tra le 1.400 e
le 1.500. «Restiamo ore davanti
agli impianti senza la
possibilità di scaricare», racconta
un autista. Scene già
viste mille altre volte. File di
mezzi puzzolenti che aspettano
fino a sei ore per sversare
e poi ripartire. Lo ricordano
bene gli abitanti del Nolano,
probabilmente il territorio più
martoriato dall’emergenza rifiuti.
Due mega discariche
(Paenzano 1 e 2) sature, messe
in sicurezza e non ancora bonificate
a Schiava (Tufino);
sempre nello stesso sito, un
impianto Cdr dove fino a qualche
mese fa arrivava l’immondizia
di tutta la provincia; un
termovalorizzatore che dovrebbe
entrare in funzione (il
condizionale è d’obbligo) ad
Acerra nel 2008. Per non parlare
dei rifiuti speciali (e tossici)
depositati senza alcuna
autorizzazione negli anni Ottanta-
Novanta: traffici illeciti
gestiti dai clan con la complicità
dei politici. Storie finite
perfino nei romanzi dei Carlotto,
dei Saviano. Ma la realtà
ha le tinte più scure di qualsiasi
noir: in questa fetta di
Campania l’incidenza dei tumori
al fegato – come conferma
uno studio dell’Organizzazione
Mondiale della Sanità
– sfiora il 35,9 per cento
per gli uomini e il 20,5 per le
donne, contro una media nazionale
di 14 casi. Le malattie
respiratorie sono in continuo
amento. Qui le pecore muoiono
per l’alta concentrazione di
diossina nelle terre (quattro
volte quella consentita). Vincenzo
Cannavacciulo, il pastore
che per primo ha denunciato
la strage di bestiame causato
dall’inquinamento di terreni
e falde acquifere, è deceduto
il 20 aprile scorso proprio
per un tumore. Eppure nel
“triangolo della morte” - così
viene chiamato il territorio che
comprende Nola, Marigliano e
Acerra – la raccolta differenziata
tocca punte fino al 60 per
cento. Uno sforzo reso vano
dall’assenza di strutture per la
chiusura del ciclo, dove bruciare
gli inerti e recuperare gli
altri scarti. Ennesimo paradosso
di un’emergenza che ha
visto, in 13 anni, alternarsi ben
5 commissari straordinari, che
al massimo sono riusciti a spedire
in treno tonnellate di immondizia
nel Nord Italia o in
Germania. A costi stratosferici
(circa 160 euro a “ecoballa”). «I
cittadini – spiega Angelo La
Manna, componente del comitato
“Comun Salute” del Nolano
– non riescono più a
comprendere il senso di decisioni
politiche lontane anni
luce dal buon senso. La stessa
scelta dei sette impianti Cdr è
avvenuta senza alcuna logica,
senza uno studio preciso, senza
pensare a costi e benefici,
puntando a penalizzare i territori
più deboli politicamente,
quelli già distrutti in passato
da scelte scellerate». La pioggia
di milioni arrivata con i
provvedimenti straordinari
non è servita nemmeno a ridurre
la Tarsu (la tassa per i
rifiuti solidi urbani). A Napoli
dal prossimo anno aumenterà
addirittura del 17 per cento.
Paradosso di un’emergenza
che dal 1998 (commissario Antonio
Rastrelli) al 2003 (commissario
Antonio Bassolino)
ha visto passare le spese di
gestione da 16.638 euro a 1
milione 140mila. ntanto, le piazze continuano
a essere bollenti
(e non solo per i roghi e
l’anticipo d’estate): corteo
di cinquemila persone
a Napoli con la partecipazione,
assieme alla galassia
movimentista e ambientalista
italiana, dell’ex leader
di Potere Operaio Oreste Scalzone;
duemila a Terzigno, comune
alle falde del Vesuvio,
dove il nuovo piano deciso dal
Governo prevede una discarica
nel bel mezzo del parco naturale;
i sindaci dell’hinterland
che minacciano di consegnare
la fascia tricolore a
Prodi se la situazione non migliorerà;
don Luigi Merola, il
sacerdote anti-camorra di Forcella,
che durante un convegno
dei “Circoli per la libertà” sbotta:
«Perché non ci dicono che
cosa vogliono fare? È mai possibile
che in questa città se
camminiamo rischiamo di
romperci un femore per lo
stato delle strade oppure di
ammalarci per i cumuli di rifiuti?
»; il presidio di Serre che,
nonostante le rassicurazioni
arrivate dal Governo l’altra
notte per un sito alternativo,
rimane a Valle Masseria; i gridi
di battaglia contro l’avvio dei
lavori della discarica che arrivano
da Savignano Irpino. E
c’è anche chi - con spirito
goliardico - si diverte a lasciare
sui muri della città manifesti
con la scritta “Siamo un popolo
di munnezza” firmati “Pappagone”
(il riferimento è al personaggio
interpretato da Peppino
De Filippo in tv negli anni
Sessanta). Una constatazione
che farà senz’altro piacere ai
quei (pochi) «soliti furbi» che
con la “monnezza” si sono arricchiti.

 

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