marzo 23, 2010 by

Video racconto

marzo 21, 2010 by

Video del racconto Polvere di denti di Gianni Solla.

Il nuovo local network Napolifacile.it

marzo 21, 2010 by

Nasce

febbraio 21, 2010 by

ottobre 12, 2009 by

Storia corta

[Samurai]

Mio nonno smise di lavarsi i denti il 4 novembre 1979. Lo annunciò a tavola quando terminò di cenare. Mia madre spense la sigaretta nel piatto e disse che per lei andava bene. Il nonno respirò forte e annunciò che da quel giorno avrebbe parlato pochissimo e che le sue poche parole avrebbero ucciso.

I primi giorni pensavamo che fosse per via del dolore alla spalla che non ce la faceva a lavarsi i denti, poi il suo spazzolino diventò secco e l”estate seguente il caldo lo fece spezzare. Se faceva un colpo di tosse a Piazza Garibaldi noi lo sentivamo.

La puzza è cresciuta lentamente per i primi due mesi, poi si è stabilizzata raggiungendo il massimo della potenza verso la nona settimana. Io però ero piccolo, avevo sei anni e certi ingranaggi della mente non li capivo. Per me quello era l”odore del nonno e neanche me lo ricordavo che un tempo il suo fiato avesse un odore diverso. Quando morì, i becchini che dal letto lo infilarono nella bara non ci potevano credere. Dissero che secondo loro il vecchio doveva essere morto da almeno dieci mesi per come puzzava.

“Avvitate bene il coperchio”, disse mia mamma.

C”era parecchia gente a casa a salutarlo e sotto il palazzo avevano messo una ghirlanda con dei nomi scritti su una stoffa viola. Bisognava girare la testa per seguire il verso delle parole e io comunque conoscevo le lettere solo fino alla m, il nonno non aveva fatto in tempo a parlarmi delle altre lettere. Però il concetto di morte me lo aveva spiegato per bene.

“Lascialo stare”, gli urlava mia mamma quando lo sentiva raccontarmi della morte.

“Lo deve sapere adesso”, gli urlava lui.

“Ha solo otto anni”, diceva lei.

“E” tardi, cristiddio è tardissimo”.

E poi attaccava a raccontarmi la storia di Elvira, la puttana che l”aveva nascosto in casa quando aveva sparato nel ginocchio a quello che gli aveva rubato la macchina.

Un viaggio a Napoli?

ottobre 5, 2009 by

Per chi quest’anno ha intenzione di fare un breve viaggio a napoli nella zona di san gregorio armeno, patria dei pastori, troverà alcune soprese. E’ nota difatti l’attenzione che gli artigiani della zona verso l’attualità. Chi troveremo quest’anno sul presepe di Napoli? Angela Merkel, George Clooney e Elisabetta Canalis e Elisabetta Gregoraci e Flavio Briatore.
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ottobre 5, 2009 by

Nei momenti di crisi, chi perde il lavoro ne cerca affannosamente un altro e il web è il miglior punto di partenza per cercare un nuovo lavoro. Il sito lavoratorio.it mette a disposizione un documento scaricabile per muoversi liberamente tra gli annunci gratuiti di lavoro mettendoci in guardia dagli annunci che nascondono brutte sorprese.

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Il Vesuvio tra le magnifiche sette.

agosto 26, 2009 by

Anche il Vesuvio è in lizza per poter essere eletto tra le sette meraviglie naturali del mondo. L’esito della votazione sarà reso noto nel 2011. Incrociamo le dita.

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Napoli ultima chiamata

agosto 4, 2009 by

Un bambino napoletano trasferito a Treviso è stato costretto a lasciare la sua scuola per i continui gesti di razzismo a cui era sottoposto. I compagni disinfettavano le penne che toccava e gli cantavano il coro che il più impresentabile dei politici leghisti, anche se la scelta è dura, ha reso celebre su youtube. Il razzismo nord sud c’è sempre stato, un mio amico di Torino mi racconta che la nonna sgridandolo per una malefatta gli diceva di essere un napuli, che equivale a uomo sporco, indolente e questo sembra essere il destino comune di tutti i popoli emigranti che lasciano a casa il loro essere persone e si trasformano in carne minore. Pensate che tutto questo sia doloroso? Vi sentite offesi dai cori di Salvini e dei ragazzini di Treviso? Allora sentite il resto. Un uomo di colore ieri è stato aggredito e insultato con urla razziste, “vai via sporco negro” gli hanno gridato, è successo a Napoli, zona Forcella. Scala mobile, livella, ultimo irrinunciabile lusso, il razzismo è una realtà genetica di ogni popolo. Per questo, quando sono stati cacciati gli zingari da Ponticelli non avete sofferto, per questo i bambini di Treviso si stanno chiedendo cosa hanno fatto di tanto grosso, perché il razzismo rende miopi. Una società civile, la politica in primis, dovrebbe soffocare questi desideri latenti e semmai il razzismo intestino d’Italia ha avuto una seconda chance è senz’altro merito della Lega, che da scheletro nell’armadio lo ha trasformato in bandiera sempre sventolante.

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Solo gli scemi corrono

luglio 25, 2009 by

Solo gli scemi corrono
Un racconto di Gianni Solla
[samurai]

Nonostante mio padre fosse ancora vivo mia madre mise al collo un medaglina con la sua foto incisa su uno sfondo dorato.
“Lo faccio per abituarmi al dolore della perdita”, disse mentre si incollava un cerotto alla nicotina dietro il collo.
Pensava di dare un anticipo al dolore, di scontarlo a rate. Mio padre si grattava le palle ogni volta che la incrociava nel corridoio e una volta la minacciò con la forbice.
“Togliti questa cosa!”, le urlò.
“Tu non capisci”, disse lei con un fremito delle labbra.
Mio padre allora le fece sentire la punta della forbice sulla pancia.

“Infilamela fino alla schiena, non ti voglio sopravvivere”, e cominciò a spingere la pancia in avanti.

“Tu sei pazza”, le disse portandosi un dito nella tempia nel gesto universale della pazzia.

Abituatosi all’idea della sua morte, mio padre stesso cominciò a vivere i restanti giorni della sua vita da defunto con una leggerezza sovrannaturale considerando oramai l’episodio più nefasto della sua vita accaduto. Insomma mia madre gli aveva dato la seconda possibilità e fece quello che avrebbe sempre voluto fare della sua vita, il teatro.
In linea di massima se una persona non ha mai recitato fino a trentanove anni non dovrebbe mai iscriversi a un corso di teatro trovato su un volantino. Ricordo con una certa precisione quando a casa aprì quel foglio di carta piegato in tanti quadrati simmetrici e ne uscì un volantino con un orario, un posto e un numero di telefono. Mia madre stava friggendo l’hamburger con la sottiletta sciolta sopra sulla piastra e quando mio padre lesse ad alta voce, “corso di teatro per principianti”, si fece il segno della croce, incollò sul suo avambraccio un cerotto alla nicotina e raccolse la sottiletta fusa che colava sulla piastra. Mio padre alzò la forchetta al cielo come avrebbe fatto un prete e la piantò nel legno del tavolo infilzando il volantino e facendo tremare le mattonelle sbilenche della nostra cucina.
Il vecchio mi portava con sé alle prove nell’intento di salvarmi dalla superstizione di mia madre. Mi piaceva come usava quella parola, perché faceva in modo che il significato fosse più ampio e che comprendesse ogni cosa stupida fatta da mia madre. Il teatro era uno scantinato umido con dei tubi che colavano acqua dal soffitto. Prima che la compagnia del ragno, così c’era scritto sul volantino, allestisse quello spazio a teatro, c’era una sartoria e tre manichini mutilati stavano stesi nel corridoio e mi piaceva pensare che la notte si animassero e che recitassero sulla pedana che usavano da palcoscenico. Allora mio padre mi vedeva assorto, arrivava da dietro e mi dava uno schiaffo, “smettila, diventerai scemo come tua madre”.
Era un cane, uguale agli altri che stavano là sul palco con lui, però le sue battute erano piene di parole affilate e luminose come la carta argentata che la cassa armonica del suo petto faceva risuonare ed esplodere e anche i manichini sembravano girarsi quando toccava a lui parlare.
Proprio in quel periodo a casa nostra venne a stare Annabella, una cugina di mia madre che aveva perso il lavoro a Torino. Faceva le pulizie in un’impresa che aveva in gestione scuole e uffici e dava la colpa alle polacche che erano arrivate a migliaia con gli autobus. Diceva che erano tutte bellissime e che lavoravano per la metà dei soldi e ogni volta che la sentivamo dire “quelle zoccole”, sapevamo già di chi stava parlando.
Annabella aveva i capelli lunghi e ricci, una tartaruga tatuata sul braccio e pensai che le polacche dovessero essere magnifiche perché né io né mio padre una femmina come Annabella l’avevamo mai vista. La sua pelle odorava di miele e i suoi denti bianchi come le vigorsol.

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